Uno studio americano lo dimostra: le donne sottovalutano le proprie capacità

  • 04/03/2020
  • 09:00
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Che le donne guadagnino meno a parità di mansioni e siano meno rappresentate nelle posizioni di vertice è un dato di fatto ormai ampiamente condiviso, come lo è che al contrario hanno risultati accademici migliori di quelli degli uomini

Che le donne guadagnino meno a parità di mansioni e siano meno rappresentate nelle posizioni di vertice è un dato di fatto ormai ampiamente condiviso, come lo è che al contrario hanno risultati accademici migliori di quelli degli uomini. Registrato il fenomeno è però interessante capire quali siano i fattori che lo determinano. The Gender Gap in Self Promotion  è un’interessante ricerca condotta da Judd Kessler, professore di Business Economics alla Wharton Business School, e Christine Exley, ordinario di Business Administration all’Harvard Business School. I due studiosi americani hanno cercato di capire che cosa distingue uomini e donne quando si tratta di auto-giudicarsi e auto-promuoversi, due attività fondamentali nella vita professionale.

Un test per misurare l’autovalutazione

Per capire come le donne giudicano le proprie prestazioni i due studiosi hanno sottoposto un gruppo di 1500 dipendenti di Amazon a un test con 20 domande di matematica e scienze, solitamente utilizzato dall’esercito americano nelle fasi di reclutamento. I risultati sono stati abbastanza positivi per i due gruppi: gli uomini hanno mediamente risposto correttamente a 9 domande, le donne a 10. Ma quando è stato chiesto ai due gruppi di autovalutarsi la situazione si è rovesciata: gli uomini mediamente ritenevano di aver risposto giusto a più di 10 domande, le donne a meno di 10. Kessler e Exley hanno però cercato ulteriori controprove. Hanno chiesto alle persone di autovalutarsi, dando come misurazione una scala da uno a 100, ottenendo un risultato analogo: gli uomini si sono assegnati un valore medio di 61, le donne di 45. In un’ulteriore versione del test hanno poi specificato che la propria autovalutazione sarebbe stata l’unico criterio adottato per decidere dell’assunzione o meno di una persona, e i risultati sono stati in media con i test precedenti. Come a dire che neppure quando la posta in gioco è alta come la possibilità di un posto di lavoro, le donne riescono a fare quel minimo di attività di auto-promozione che sarebbe necessaria.

Un fenomeno tutto da esplorare

Se lo studio americano dimostra che questa sottovalutazione al femminile esiste e pesa parecchio, difficile è capire perché si sviluppa. Un’ipotesi è che le donne abbiano in qualche modo interiorizzato le reazioni negative e di fastidio che quasi sempre si registrano quando provano ad affermare le proprie competenze. Perché una donna che rivendica le proprie capacità professionali è tendenzialmente percepita come aggressiva, se non fastidiosa. “Capire i perché di questo meccanismo potrebbe essere interessante anche per andare a creare politiche che possano ridurre il gender gap”, commentano Judd Kessler e Christine Exley. Perché questa auto-valutazione negativa si esprime quasi quotidianamente nella carriera delle donne, che si tratti delle indagini periodiche sulla performance, di un colloquio di lavoro, di una riunione del team o persino delle chiacchiere scambiate alla macchinetta del caffè sull’ultimo progetto cui si è lavorato. Ed è evidente che può impattare negativamente sulla carriera. “Le nostre ricerche comunque suggeriscono che gli HR manager dovrebbero pensarci due volte prima di fare affidamento sul self-assesment come base per una selezione, e cercare invece test o criteri più oggettivi”.