Smart working: come capire quando la giornata di lavoro è finita

  • 30/09/2020
  • 08:28
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L’abbiamo provato tutti, soprattutto lavorando da casa: rimettersi al computer dopo cena o alzarsi prima il sabato mattina per “portarsi avanti” sul lavoro della settimana. Talvolta può succedere, l’importante è che non diventi la norma

L’abbiamo provato tutti, soprattutto nei primi giorni di lavoro da casa: rimettersi al computer dopo cena, magari davanti alla televisione, perché c’era quella cosa rimasta in sospeso. O alzarsi prima il sabato mattina per “portarsi avanti” sul lavoro della settimana. È naturale, talvolta può succedere. L’importante è che non diventi la norma, che il fatto di non dover fisicamente alzarsi dalla scrivania e uscire dall’ufficio non si traduca in una giornata senza fine. Perché forse per i primi giorni questo ritmo può effettivamente funzionare, ma alla lunga rischi di trasformarsi in un danno alla produttività.

Smart working non significa H24

In questo periodo di emergenza abbiamo tutti chiamato smart working quello che propriamente smart working non è. Possiamo definirlo Remote working, o lavoro a distanza. Lo smart working è più che altro la possibilità di lavorare ovunque, mentre per forza in questo periodo è stato unicamente il lavoro da casa. Lo smart working però non prevede orari fissi, perché l’attività delle persone viene valutata in base ai risultati ottenuti e non al tempo lavorato. Per questo una buona regola per non dilatare i tempi di lavoro all’infinito è di creare ogni giorno una to-do-list con le cose da fare nel corso della giornata. Ci saranno giornate di lavoro che si concluderanno alle 3 del pomeriggio e altre alle 7, ma in questo modo diventa più facile stabilire dei ritmi precisi.

L’importanza di definire il tempo di lavoro 

La transizione positiva verso lo smart working non è comunque facile, richiede una grande sintonia fra manager e collaboratori e la condivisione non solo degli obiettivi da raggiungere ma anche delle modalità per farlo. Può capitare che il manager si ritrovi a lavorare all’una di notte, magari perché soffre di insonnia, ma questo non lo autorizza a scrivere mail ai suoi collaboratori che quasi certamente stanno dormendo. In una ricerca americana condotta in questo periodo il 66% dei lavoratori afferma che con lo smart working è più probabile lavorare di notte o nei week end. Questo invece non dovrebbe succedere: ogni team dovrebbe concordare un orario di lavoro, al termine del quale interviene il diritto alla disconnessione.

Lavorare a lungo non aumenta la produttività

In questo periodo molte aziende che non avevano mai preso in considerazione lo smart working si sono accorte che non riduce per nulla la produttività, anzi. A patto però che ne vengano chiariti i confini fra lavoratori e azienda. Perché il modello H24 non serve a nessuno: alla lunga il dipendente perde la concentrazione, fa più spesso errori, magari sviluppa problemi con il sonno o altri tipi di patologie, con il rischio di sviluppare una situazione di burn out che richiede molto tempo per essere risolta. Inoltre in mancanza di confini definiti è più probabile che il focus sul lavoro sia altalenante, inframmezzato dalla lavatrice o da altre incombenze domestiche. Insomma, lo smart working ha degli indubbi vantaggi (non solo per il lavoratore) e sarà qualcosa da cui non si tornerà facilmente indietro. L’importante però è farlo bene, con modalità chiare e condivise.