Settimana di 4 giorni? Si riaccende il dibattito

  • 07/07/2021
  • 18:00
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In questo inizio d’estate, in cui ancora ci si interroga su come sarà il rientro post-vacanze e post-Covid (ritorno in presenza o prolungamento del ricorso massiccio al telelavoro?), un altro tema irrompe nel dibattito sull’organizzazione del lavoro. A dare il là è stato il governo spagnolo presieduto da Pedro Sanchez, che nel momento dell’approvazione della Finanziaria ha affermato di voler prendere in considerazione un emendamento proposto da una piccola formazione politica, Màs Paìs, che chiede di modificare l’orario di lavoro e di portarlo a 32 ore settimanali, quindi a 4 giorni lavorativi.

In questo inizio d’estate, in cui ancora ci si interroga su come sarà il rientro post-vacanze e post-Covid (ritorno in presenza o prolungamento del ricorso massiccio al telelavoro?), un altro tema irrompe nel dibattito sull’organizzazione del lavoro. A dare il là è stato il governo spagnolo presieduto da Pedro Sanchez, che nel momento dell’approvazione della Finanziaria ha affermato di voler prendere in considerazione un emendamento proposto da una piccola formazione politica, Màs Paìs, che chiede di modificare l’orario di lavoro e di portarlo a 32 ore settimanali, quindi a 4 giorni lavorativi. Per ora il governo di Madrid ha dichiarato di voler prendere l’ipotesi in seria considerazione e il vicepremier Pedro Iglesias ne ha sottolineato il possibile impatto sull’aumento dei posti di lavoro. Difficile prevedere al momento che cosa succederà e se la Spagna sarà il primo Paese a superare questo traguardo rivoluzionario, non solo simbolicamente. Certo è che, se così fosse, ci si troverebbe di fronte a un cambiamento epocale, forse paragonabile nell’impatto solo al contratto che in Italia, nel 1919, stabilì la settimana lavorativa di 48 ore.

Meno lavoro, più produttività

Sulla riduzione dell’orario di lavoro si scontrano due scuole di pensiero: la prima, quella del vicepremier spagnolo, che vede nel taglio di un giorno settimanale il modo per creare nuovi posti di lavoro; l'altra che invece ritiene che la riduzione di una giornata di lavoro avrebbe impatti così positivi sulla produttività da consentire di tagliare le ore lavorate, a fronte di un decremento più ridotto del salario. Un esperimento di questo tipo si è appena concluso in Islanda: nella piccola isola, che vanta un reddito pro capite fra i più alti a livello europeo, la produttività era fra le più basse, a fronte di 44,4 ore settimanali di lavoro effettivo e di una grande fatica dei lavoratori a conciliare lavoro e incombenze domestiche. Negli ultimi anni, 2.500 islandesi impiegati in molti settori pubblici hanno potuto sperimentare un nuovo orario di lavoro di 35/36 ore: a parità di salario, i risultati, soprattutto dal punto di vista della soddisfazione dei lavoratori, sono stati molto positivi e la produttività ne ha guadagnato.

Esperimenti in tutto il mondo

Le sperimentazioni di questa nuova formula stanno avvenendo in diverse parti del mondo. Unilever la sta mettendo in pratica su un piccolo gruppo di dipendenti australiani, il presidente del potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi ha dichiarato di volerla inserire nella prossima piattaforma per il rinnovo del contratto di categoria; addirittura una coalizione di deputati inglesi e scozzesi, gruppi ambientalisti e alcuni sindacati britannici hanno chiesto di mettere il tema nell’agenda del prossimo vertice sul clima di Glasgow per via del suo impatto positivo sul clima: infatti, secondo gli esperti, un giorno di lavoro in meno alla settimana potrebbe limitare gli effetti del cambiamento climatico e ridurrebbe l’impronta di carbonio della Gran Bretagna fino a 127 milioni di tonnellate l’anno entro il 2025.
Sicuramente sono segnali che mostrano come il tema sia entrato nel "radar" del ragionamento politico e sindacale, anche se è difficile prevedere se il traguardo potrà essere raggiunto in tempi brevi. Il passato però ci insegna che le trasformazioni radicali possono avvenire anche in un orizzonte temporale limitato: ci vollero solo due tornate contrattuali, tra il 1969 e il 1973, perché si conquistassero il diritto alle 40 ore e al sabato libero.

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