Salari: aumenta la soddisfazione. Ma c’è un perché

  • 01/04/2021
  • 10:30
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I lavoratori italiani sono mediamente più soddisfatti che in passato delle loro retribuzioni. Il dato emerge da una ricerca sulla Salary Satisfaction realizzata da JobPricing in collaborazione con Spring, che ha coinvolto più di 2.000 persone.

I lavoratori italiani sono mediamente più soddisfatti che in passato delle loro retribuzioni. Il dato emerge da una ricerca sulla Salary Satisfaction realizzata da JobPricing in collaborazione con Spring Professional, che ha coinvolto più di 2.000 persone. Il livello generale di soddisfazione è infatti aumentato dal 3,7 del 2019 al 4,4 del 2020: pur essendo ancora in territorio negativo (il livello è valutato su una scala da 1 a 10), il dato ha comunque fatto registrare un buon salto in avanti. Ma è cresciuta soprattutto la percentuale di dipendenti che si dichiarano pienamente soddisfatti della propria retribuzione, passando dal 34% del 2019 al 46% del 2020, mentre sono diminuiti gli insoddisfatti, che dal 26,3% si attestano ora al 18,9%.

Effetto pandemia

Il Covid19 ha giocato un ruolo importante nel determinare questi risultati: infatti la paura della perdita del lavoro ha fatto sì che l’aspetto della sicurezza del salario sia diventato preponderante rispetto al dato economico in sè. Analizzando i vari settori, la ricerca nota come il livello di soddisfazione sia aumentato soprattutto per i lavoratori dei settori che sono stati impattati dalla pandemia, mentre si abbassa nei comparti che, causa Covid, sono cresciuti. Allo stesso modo, quando al campione è stato espressamente chiesto di tenere conto della pandemia nell’esprimere il proprio livello di soddisfazione, il valore ha raggiunto il 5,1, quindi un livello di sufficienza.

I valori in gioco

La ricerca ha chiesto ai lavoratori di valutare il livello di soddisfazione tenendo conto di alcuni fattori chiave: la percezione del livello di equità della retribuzione, la competitività (il fatto di essere pagati in linea con il valore di mercato), la relazione fra performance e retribuzione, la trasparenza (cioè la chiarezza delle politiche retributive del datore di lavoro), la fiducia e la comprensione di queste politiche, l’applicazione della meritocrazia. E’ proprio questo ultimo ambito a essere percepito come il più carente e a destare la maggiore insoddisfazione. Gli uomini sono molto più soddisfatti delle donne (4,8 contro 3,9), che hanno trovato nella possibilità di smart working l’unico elemento di maggiore appagamento: difatti, soprattutto per chi non aveva mai sperimentato prima questa possibilità, il lavorare da remoto è stato percepito come un indubbio fenomeno positivo. La retribuzione (soprattutto nella sua parte fissa) è ancora la motivazione principale di chi decide di cambiare lavoro, mentre le relazioni sono il fattore determinante quando la decisione è quella di restare.

Fra attraction e retention

“Dall’analisi”, commenta Francesco Manzini, Executive Director di Spring Professional, “emerge chiaramente che lo stipendio non è la ragione principale per cui oggi un professionista decide di restare in azienda. Negli ultimi cinque anni è cresciuto il peso di elementi quali le relazioni con colleghi, la work life balance o l’ambiente di lavoro. Per quanto le prospettive economiche risultino fondamentali, la possibilità di sviluppo e formazione e quella di conciliare tempo di vita e tempo di lavoro sono ritenute elementi per cui oggi le persone potrebbero valutare di cambiare il proprio impiego; retribuzione fissa, training e formazione sono anche le uniche leve il cui valore è cresciuto rispetto a cinque anni fa. Questi trend rappresentano un' importante base di conoscenza per aziende e HR, anche in considerazione del fatto che componenti tangibili pesano maggiormente quando si valuta se accettare un nuovo lavoro, mentre fattori intangibili mostrano tutto il loro peso quando si tratta di considerare se restare in un’impresa, poichè a quel punto lo stipendio è giudicato solo alla luce del contesto complessivo. La retribuzione, quindi, è una leva di attraction, mentre il clima aziendale lo è per la retention”.

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