Recruiting online: inizia l’era di Instagram

  • 11/02/2020
  • 09:00
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Non ha i numeri di Linkedin, ma secondo i risultati dell’ultima edizione del Work Trend Study, ricerca condotta da Adecco in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano 

Non ha i numeri di Linkedin, ma secondo i risultati dell’ultima edizione del Work Trend Study, ricerca condotta da Adecco in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, è Instagram la vera novità nel mondo della ricerca e dell’offerta di lavoro. Il 10% dei candidati e il 15,3% dei recruiter ha infatti dichiarato di aver iniziato a usare anche questo canale social, accanto agli altri più consolidati. Linkedin rimane il punto di riferimento per il 57,7% dei candidati, mentre sale per loro l’utilizzo di Facebook (31,7% rispetto al 27% del 2015); gli HR sembrano invece utilizzare meno che in passato sia Linkedin (la percentuale è scesa dall’88% del 2015 al 73,6% dell’ultima rilevazione) che Facebook (14,4% rispetto al 28% del 2015). In ogni caso il digitale si conferma il canale privilegiato di ricerca sia di opportunità che di candidati: il 72% del tempo dei candidati e il 45% di quello dei recruiter (che è previsto in salita fino al 55%) è dedicato alla ricerca online di opportunità professionali o di profili adatti a ricoprire posizioni aperte.

Personal branding o incontro domanda-offerta?

“L’impatto dei canali social sull’attività di scouting degli HR e sulla ricerca di un lavoro da parte dei candidati è in crescita costante. La rapida evoluzione del mondo del lavoro e l’affermazione dei canali digitali in tutte le attività quotidiane sta cambiando radicalmente le abitudini non solo di chi cerca un lavoro, ma anche dei professionisti che si occupano di risorse umane”, conferma Cristina Cancer, Head of Talent Attraction and Academic Partnership di The Adecco Group. “Nei prossimi anni sarà importante riuscire a leggere in anticipo gli effetti di questi cambiamenti per avvicinare la domanda e l’offerta di lavoro, facilitando la vita sia dei candidati che degli HR”. Perché, in effetti, gli esiti di questa ricerca fanno pensare che in questo momento l’attività online serva più che altro per personal brandingche per favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Se l’85% dei candidati consulta i siti internet, solo il 46% ha ricevuto un’offerta di lavoro tramite mail. E se il 33% dichiara di usare i social network, solo il 12% ha ricevuto un’offerta attraverso questi canali. Perché rimane fortissimo in Italia l’uso dei canali non professionali: 6 candidati su 10 ammettono infatti di essere stati contattati attraverso il passaparola o la consegna di CV cartacei. 

Il pericolo della Web reputation

Il 44,1% degli HR intervistati in questa ricerca ha dichiarato di aver scartato un candidato dopo aver verificato il suo profilo attraverso i social. Interessante anche capire le motivazioni: il problema principale sono le fotografie sconvenienti (portano all’esclusione per il 63,2% del campione), ma ci sono anche tratti della personalità che emergono dall’utilizzo dei social (59,2%), informazioni non coerenti con il CV (46,9%), contenuti discriminatori (32,6%) e persino commenti negativi sui datori di lavoro, che per il 32,5% dei recruiter testimoniano sulla non affidabilità dei candidati e che di conseguenza portano a scartare il profilo. Dati che sottolineano quanto ancora ci sia da lavorare sulla consapevolezza che i candidati hanno rispetto ai potenziali rischi, in ottica professionale, della loro attività sui social.

Candidati attivi o passivi?

Cominciamo dalla definizione: candidato passivo è la persona che è presente sui social network ma non sta cercando attivamente lavoro. Secondo la ricerca il 28,1% dei candidati contattati per dagli HR per offrire una posizione è un candidato passivo. Interessante è però analizzare la percezione degli HR rispetto a questo tipo di candidati: per il 36,1% del campione hanno maggiore esperienza professionale, competenze tecniche (30,9%), formazione (17,6%). Nel complesso quindi hanno una maggiore attrattività, al punto che i recruiter dichiarano di essere disposti sia ad aumentare il tempo impiegato per la ricerca che il compenso proposto per riuscire ad ingaggiare questi profili.