Più donne? Migliori risultati. Ecco perché in azienda la diversity è un obbligo

  • 23/09/2017
Tags:
  • Insights

Nel mese di giugno l’occupazione femminile in Italia ha toccato quota 48,8%, il livello più alto mai raggiunto da quando sono iniziate le serie statistiche...


Nel mese di giugno l’occupazione femminile in Italia ha toccato quota 48,8%, il livello più alto mai raggiunto da quando sono iniziate le serie statistiche. E anche se, durante la crisi, l’occupazione femminile è diminuita meno di quella maschile, il tasso italiano resta ben lontano da quello della media dei paesi europei, dove circa 61 donne su 100 lavorano.

E’ di questi giorni, invece, la nomina di Silvia Candiani ad amministratore delegato di Microsoft Italia: una delle aziende a più alto tasso di innovazione al mondo ha scelto per la prima volta di affidare a una donna la responsabilità della sede italiana. 
Le due notizie sembrerebbero non avere nulla in comune e, certamente, l’incremento dell’occupazione femminile deve essere confermato e, se possibile, incrementato. Ma rimane il fatto che è ormai ampiamente dimostrato che l’aumento dell’occupazione delle donne produce un guadagno per l’economia nel suo complesso (un “salto” fino al 60%, vicino alla media europea, avrebbe come effetto un incremento di 1 punto del PIL complessivo). 

Le donne al vertice migliorano i risultati aziendali

Allo stesso modo la maggiore presenza di donne al vertice migliora sensibilmente la performance aziendale: lo confermano i dati dell’indice HFRX Women, che raggruppa un panel di hedge fund gestiti da donne: nei primi 7 mesi del 2017 hanno avuto un rendimento positivo del 9,95, contro il 4,81 del HFRI Fund Weightes Composite. Lo stesso è avvenuto nel 2016 (+11,9%) e negli ultimi 3, 5 e 10 anni. (). Un dato simile emerge da una ricerca del Petterson Institute for International Economics, che analizzando un gruppo di quasi 22mila aziende di 90 paesi ha evidenziato come quelle che hanno donne al vertice registrano un margine di profitto netto superiore del 6%. Il problema è che anche se hanno ottimi risultati, sono ancora poche le aziende, in finanza e non solo, ad avere un vertice al femminile.

Il gender gap si vede in busta paga
In Italia solo 1 dirigente su 5 è donna, e la differenza si sente soprattutto in busta paga: secondo l’indagine Istat sui differenziali retributivi le retribuzioni lorde orarie delle donne sono inferiori del 12% di quelle dei colleghi maschi (dati 2014) e il gap sale nelle posizioni per le quali è prevista una laurea. In questo caso le buste paga al femminile sono inferiori addirittura del 30%.

Investire in diversity management

Qualcosa però si sta muovendo, e sono sempre di più le aziende che scelgono di investire in programmi di diversity management. Certo, la diversity non è soltanto quella di genere: c’è quella religiosa, etnica, di orientamento sessuale, o generazionale. Ma il dato di fatto è che più in azienda sono presenti rappresentanti delle diverse minoranze più si sviluppano proficue contaminazioni. E, nel caso delle società B2C, più si è vicini alla composizione della platea dei consumatori e quindi in grado di anticiparne tendenze e desideri di acquisto.

Fra cultura e incentivi

E’ evidente che il gap, soprattutto quello di genere così presente in Italia, si combatte modificando la cultura aziendale, impegnandosi per esempio a garantire uguale rappresentanza dei due sessi nelle selezioni. Ma determinanti sono anche le iniziative per promuovere la conciliazione vita-lavoro, visto che, soprattutto in Italia, tocca alle donne il maggior peso delle attività di cura. Secondo i dati Ocse le donne italiane lavorano ogni giorni 326 minuti più degli uomini, perché a loro toccano in gran parte i lavori domestici e il lavoro di cura. Anche per agire su questo fronte il governo ha appena stanziato 55 milioni da destinare ad aziende che investono su misure di conciliazione vita lavoro, con interventi sulla genitorialità, la flessibilità organizzativa e il welfare aziendale.