"Le trappole del talento" alla luce dell'evento HR Forum 2018

  • 12/11/2018
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Un tema che sempre più spesso coinvolge le strutture HR e che è stato al centro dell’intervento di Francesco Manzini, Director di Spring, al Richmond Human Resources Forum di Gubbio.

Sono motivati, intraprendenti, dinamici. Sembrano destinati a scalare i vertici, a raggiungere posizioni prestigiose, a modificare in positivo le sorti delle organizzazioni in cui operano. Ma a volte, più o meno inaspettatamente, si bloccano. Si normalizzano. Perdono la loro unicità. E da “alti potenziali” diventano semplici esecutori. È la cosiddetta “maledizione del talento”, involuzione che si verifica quando le persone destinate a un percorso di carriera superlativo si sentono “prigioniere delle aspettative e ossessionate dal desiderio di dimostrare che la fiducia in loro è meritata”. Un tema che sempre più spesso coinvolge le strutture HR e che è stato al centro dell’intervento di Francesco Manzini, Director di Spring, al Richmond Human Resources Forum di Gubbio.

Quando il talento entra in crisi?

“Quando finisce per conformarsi passivamente all’ideale di leadership consolidato, perdendo la marcia in più. E quando il sigillo d’eccellenza diventa un marchio da temere”, spiega l’esperto di Spring. In sostanza, se il talento è tale proprio perché è in grado di portare la sua unicità nell’organizzazione, in modo disruptive, è evidente che la sua funzione termina nel momento in cui, avverte Francesco Manzini, “somatizza - nel bene e nel male - tratti e contraddizioni dell’organizzazione per cui lavora”. L’importante è quindi creare un contesto che valorizzi l’unicità e non favorisca l’omologazione. E per far questo serve avere chiaro cos’è un talento e come lo si valorizza.

L’eterno dilemma: innato o creato?

“Il talento è come la bellezza”, spiega ancora Manzini. “Sappiamo cos’è ma non sappiamo definirlo. Ma al di là della definizione, quello che è importante capire è come scoprirlo e valorizzarlo. La nostra esperienza ci dice che è una caratteristica intrinseca di una persona, da scoprire, favorire e impiegare al meglio. Ogni individuo possiede uno o più talenti, che a volte restano nascosti perché mancano le condizioni ottimali per poterli manifestare”. E qui entra in gioco l’organizzazione, il contesto in cui le persone vengono inserite, e che deve creare le condizioni per consentire la migliore espressione del potenziale di ognuno.

Il talento “universale” non esiste

La lunga e variegata esperienza degli esperti di Spring nel recruitment conferma quello che anche molti studi hanno evidenziato: “Non esiste un talento “assoluto”, capace di rendere al massimo in qualsiasi contesto. E alle aziende non serve il più bravo o il più promettente: serve il candidato le cui caratteristiche meglio combaciano con le loro esigenze”, sottolinea Francesco Manzini. Per questo diventa essenziale il percorso di selezione, dove serve individuare competenze tecniche, soft skill ma anche la compatibilità del contesto valoriale del candidato con quello dell’organizzazione in cui deve andare a operare. È però sicuramente possibile disegnare quello che deve essere il mindset di un alto potenziale: serve sicuramente la propensione all’organizzazione positiva, la capacità di operare senza l’aspettativa di un corrispettivo immediato, il coraggio di “scendere dal piedistallo” e confrontarsi con i collaboratori e una buona propensione a rischiare e, se è il caso, a sbagliare.

Attrarre e mantenere

Se il talento è essenziale alla crescita aziendale, è evidente che lo sforzo non si può limitare al momento della selezione. Il vero lavoro comincia dopo, quando lo si inserisce nel contesto e quando si deve far in modo che rimanga: “Gestire talenti non significa più disegnare eleganti percorsi di carriera. Significa creare ambienti di co-evoluzione, in cui sia il singolo sia l’organizzazione possano trovare spunti di continuo miglioramento”, suggerisce il manager di Spring. Fondamentale, e ancora non così comune nella cultura organizzativa italiana, è la no-blame culture, cioè la capacità dell’organizzazione di consentire alla persona di rischiare e sbagliare, senza mettere a rischio il futuro professionale.

Il talento giusto al posto giusto

Reclutare la persona sbagliata è un errore che ha dei costi molto alti, che le aziende non si possono permettere. Per questo da Francesco Manzini arriva un ultimo consiglio: “Attenzione anche a cosa si chiede al talento. Spesso si dà per scontato che una persona con grandi competenze tecniche sia altrettanto bravo dal punto di vista gestionale. Con una metafora sportiva, è l’errore che si commette quando si dà per scontato che un grande centravanti debba per forza essere anche un grande allenatore. Spesso è vero il contrario, e forzare in questa direzione il più delle volte non porta ai risultati sperati”.


Per conoscere maggiori dettagli sull'evento appena trascorso consulta questa sezione.

Qui di seguito trovate qualche scatto dell'evento tenutosi il 22 e 23 ottobre 2018: