Lo Smart working del futuro cerca equilibrio fra casa e ufficio

  • 10/11/2021
  • 10:30
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A quasi due anni dal lock down che improvvisamente ha trasformato in uffici le case di 6milioni e 580mila lavoratori italiani, cosa sta succedendo al lavoro da remoto? Mai come quest’anno i dati dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, presentati nei giorni scorsi, sono importanti per capire l’evoluzione di un fenomeno che, nel bene e nel male, ha rivoluzionato le vite degli italiani.

A quasi due anni dal lock down che improvvisamente ha trasformato in uffici le case di 6milioni e 580mila lavoratori italiani, cosa sta succedendo al lavoro da remoto? Mai come quest’anno i dati dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, presentati nei giorni scorsi, sono importanti per capire l’evoluzione di un fenomeno che, nel bene e nel male, ha rivoluzionato le vite degli italiani. Prima del 2020 570mila persone avevano la possibilità di lavorare fuori dall’ufficio alcuni giorni al mese; durante il picco pandemico erano in smart working emergenziale 1milione e 580mila dipendenti della pubblica amministrazione, 1,5milioni delle micro-imprese, 1milione e 130mila nelle PMI, 2milioni e 110mila nelle grandi aziende. Oggi le previsioni parlano di 4milioni e 380mila lavoratori ibridi nel post pandemia. Numeri che sostengono la tesi di Mariano Corso, direttore dell’Osservatorio: “Lo smart working è un trend inarrestabile, ma con dinamiche differenziate in base al tipo di organizzazione. A seconda delle scelte che verranno fatte in questo periodo avremo tre scenari diversi: una riduzione del lavoro agile con ritorno ai numeri pre-pandemia, una stabilizzazione dei numeri attuali o un aumento grazie all’adeguamento delle tecnologie e dei modelli organizzativi”. Nel frattempo, la cronaca ci ha già consegnato i primi scioperi di lavoratori che chiedono di non ritornare all’organizzazione pre-Covid.

Ibrido, non smart

Partiamo da una precisazione: quello fatto durante la pandemia non è stato smart working, ma semplice telelavoro. Lo smart working prevede infatti la possibilità di lavorare ovunque, con orari flessibili e una valutazione per obiettivi e non in base al numero di ore lavorate. Come ricorda ancora Mariano Corso, “lo smart working 'vero' non può essere ridotto al lavoro da remoto emergenziale. Richiede il ripensamento dei processi e degli strumenti manageriali all’insegna della flessibilità e della meritocrazia, aumentando l’autonomia dei lavoratori e la loro responsabilizzazione sui risultati”. Con alcuni aspetti positivi evidenziati dall’indagine in termini di miglioramento dell’efficacia e di conciliazione vita-lavoro, ma altrettanti fattori negativi come la perdita di socialità e di engagement. Proprio per questi motivi, l’Osservatorio prevede l’affermarsi di una modalità di lavoro ibrido, con formule più equilibrate che richiedono una media di 2 giorni in presenza e 3 da remoto. Alcuni contratti aziendali (quello di Banca d’Italia per esempio) stanno invece stabilendo un limite massimo annuale di giornate di smart working. Quello che la grande parte delle organizzazioni coinvolte dallo smart working sta facendo è un ripensamento degli spazi: non soltanto una diminuzione, ma un ridisegno complessivo per renderli più adeguati alle nuove esigenze.

Il lavoro non è un luogo fisico

La presentazione dell’Osservatorio è stata l’occasione per raccontare alcune esperienze di successo: quella di Inps per esempio, che a marzo 2020 è riuscita a mettere al lavoro da remoto quasi il 90% dei suoi 27mila dipendenti. Secondo il presidente Pasquale Tridico, non solo non c’è stato un calo di produttività, ma la pandemia è stata l’occasione per mettere a punto alcune innovazioni tecnologiche e organizzative che hanno avuto un impatto positivo anche per gli utenti dei vari servizi. Una riflessione interessante è stata quella di Pierroberto Folgiero, CEO di Maire Tecnimont, uno dei principali gruppi italiani dell’impiantistica: “A guidarci è stato il superamento del concetto di luogo, per cui il lavoro non è il posto in cui si va, ma il risultato che si produce. Per questo è stata necessaria una profonda rivoluzione manageriale. Ora, passata l’emergenza Covid, dobbiamo ragionare su come mettere le persone nella condizione migliore per ottenere i risultati. Il luogo più adatto per ottenerli non è la casa, ma neppure per forza l’ufficio”. Insomma, si tratterà di costruire un equilibrio migliore, non influenzato dalle condizioni restrittive della pandemia. Ma certo il futuro non ci vedrà ritornare tutti e sempre in ufficio.

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