Anche nelle dimissioni dei neogenitori pesa il fattore gender gap

  • 06/10/2021
  • 11:30
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L’Inail le ha contate: nel primo anno della pandemia si sono registrate 42mila dimissioni volontarie di genitori di bambini da zero a tre anni. Un dato che dal 2016 è possibile misurare con precisione, perché da quel momento è stata introdotta una procedura di dimissioni telematiche per combattere l’odioso fenomeno delle “dimissioni in bianco” che molte donne erano costrette a firmare al momento dell’assunzione e che il datore di lavoro "tirava fuori dal cassetto" proprio in occasione della gravidanza della dipendente. 

L’Inail le ha contate: nel primo anno della pandemia si sono registrate 42mila dimissioni volontarie di genitori di bambini da zero a tre anni. Un dato che dal 2016 è possibile misurare con precisione, perché da quel momento è stata introdotta una procedura di dimissioni telematiche per combattere l’odioso fenomeno delle “dimissioni in bianco” che molte donne erano costrette a firmare al momento dell’assunzione e che il datore di lavoro "tirava fuori dal cassetto" proprio in occasione della gravidanza della dipendente. Il 77% di queste dimissioni, certifica l’Inail, riguarda le donne e il 92% i lavoratori inquadrati come operai o impiegati e in una fascia di età fra i 29 e i 44 anni. Questi dati mostrano come ci sia indubitabilmente un fenomeno di abbandono dell'impiego da parte delle neomamme, che accentua quel divario fra presenza maschile e femminile nel mondo del lavoro che vede l’Italia fra i paesi europei peggiori nella classifica che misura il gender gap. L’osservatorio Eurostat ha fotografato la partecipazione al lavoro delle donne europee proprio durante il Covid: in media il tasso di occupazione europeo si è attestato al 62,4%, mentre in Italia è sceso dal 50,1% del 2019 al 49% del 2020. Ancora più basso il tasso di alcune regioni italiane: la Campania con il 28,7%, la Calabria con il 29% e la Sicilia con il 29,3% si posizionano agli ultimi posti nella classifica europea.

I papà cambiano lavoro, le mamme rinunciano

I dati Inail permettono anche di esaminare le motivazioni che spingono i neogenitori ad abbandonare il lavoro: più del 96% delle dimissioni firmate da donne si spiega con la difficoltà di conciliare impegno professionale e lavoro di cura, vista anche la scarsità di servizi per la prima infanzia, mentre la stragrande maggioranza dei papà lascia il proprio impiego perché ha ricevuto un’altra offerta. Questi dati fanno emergere con evidenza quello che è purtroppo un modello consolidato in Italia: in assenza di asili nido e di nonni disponibili, sono praticamente sempre le donne a dover lasciare il lavoro perché mediamente hanno stipendi inferiori a quelli dei mariti, la cui mancanza viene meglio ammortizzata dal bilancio familiare. Il rapporto Inail sottolinea infatti come “in presenza di figli la partecipazione maschile al mercato del lavoro aumenta e quella femminile si riduce. Il passaggio avviene col primo figlio e si incrementa con il secondo, senza particolari differenziazioni a livello territoriale”.

Il ruolo dei servizi

Già nel 2022 l’Europa aveva fissato un parametro: si sarebbe dovuto arrivare a garantire al 33% dei bambini da 0 a 3 anni un posto in un asilo nido per favorire la conciliazione fra vita professionale e vita familiare e incrementare la presenza al lavoro delle donne. Gli ultimi dati raccontano che complessivamente l’Italia è arrivata a poco meno del 25%, ma con grandi squilibri territoriali: se infatti le regioni del Nord hanno da tempo superato l’obiettivo europeo, in molte regioni del Sud meno del 10% dei neonati può accedere a un nido. La difficoltà di trovare un servizio economico cui affidare i bambini durante il lavoro è sicuramente uno dei motivi della decisione delle mamme di abbandonare il lavoro, ma la concentrazione delle dimissioni nel settore dei servizi e nei livelli più bassi potrebbe avere anche un’altra spiegazione: la possibilità di accedere alla Naspi in caso di dimissioni rassegnate in gravidanza o nel primo anno di vita del bambino renderebbe più conveniente per le mamme smettere di lavorare, con la speranza di ritrovare un’occupazione quando i figli potranno frequentare la scuola materna.

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