Come gestire i feedback sul lavoro? Solo il 30% delle persone li sfrutta in modo costruttivo. Per invertire la tendenza, scegliere il metodo A.I.D. e non dimenticare l’empatia

  • 19/02/2020
  • 09:00
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come gestire i feedback sul lavoro
È successo a tutti, almeno una volta: il commento di un collega ci ha mandato in crisi. E se il collega è il capo, e il commento riguarda il nostro lavoro, il rischio di non riuscire a reagire costruttivamente è altissimo.

È successo a tutti, almeno una volta: il commento di un collega ci ha mandato in crisi. E se il collega è il capo, e il commento riguarda il nostro lavoro, il rischio di non riuscire a reagire costruttivamente è altissimo. Eppure, trasformare le crisi in opportunità è uno dei mantra più ripetuti negli ultimi anni, anche nel management aziendale, L’etimologia del termine “crisi”, di derivazione greca (κρίσις), indica d’altronde tra i possibili significati anche “scelta”, “giudizio”, “discernimento”: la parola contiene insomma in nuce l’idea che in ogni cattivo evento esista la possibilità di migliorare. In ogni feedback negativo, dunque, c’è un’opportunità da cogliere.

Si tratta non solo di una spinta motivazionale da tenere a mente, ma anche di una metodologia da imparare. Non è un caso se i corsi di comunicazione manageriale dedicano una parte importante alla gestione dei feedback, componente cruciale della valorizzazione delle risorse in ogni azienda: stando a una ricerca di Google, la capacità di fornire ai propri sottoposti feedback efficaci è infatti una delle competenze indispensabili per un buon capo.  “Il feedback è un messaggio di ritorno che serve ad acquisire consapevolezza. Si basa su un fattore di controllo della comunicazione, perché consente di controllare l’effetto su chi lo riceve”, spiega Damiano Saggioro, Director Nord Est ed Emilia Romagna di Spring Professional. La difficoltà sta infatti nell’evitare che chi riceve il commento – e particolarmente nel caso in cui questo sia negativo – reagisca impulsivamente chiudendosi a riccio: le neuroscienze descrivono il fenomeno come la spontanea reazione del cervello, che ripropone i percorsi acquisiti fin dall’infanzia come naturale tendenza a difendersi da quello che può fare male.

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