Le dimissioni aumentano: un buon segno per il mercato del lavoro?

  • 02/11/2021
  • 17:30
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In America l’hanno battezzato The Great Resignation: un’ondata che, nel mese di agosto, ha portato 4,3 milioni di statunitensi a lasciare il proprio posto di lavoro. Un numero non insignificante, visto che corrisponde al 2,9% del totale della forza lavoro.

In America l’hanno battezzato The Great Resignation: un’ondata che, nel mese di agosto, ha portato 4,3 milioni di statunitensi a lasciare il proprio posto di lavoro. Un numero non insignificante, visto che corrisponde al 2,9% del totale della forza lavoro. A prevedere l’ondata di dimissioni e a coniare il termine è stato Anthony Klotz, professore di management alla Texas University. Sui motivi che hanno portato a The Great Resignation si è naturalmente aperto il dibattito: gli ottimisti ci vedono una ripresa del dinamismo del mercato del lavoro, i pessimisti il segnale di una crescente insofferenza verso condizioni di lavoro sempre più usuranti e salari troppo bassi. Ma potrebbe aver influito anche la pandemia, con molte persone che non vogliono tornare al lavoro a tempo pieno in ufficio, o una sorta di fisiologica ricollocazione da settori in crisi ad altri più dinamici.

Qualche dato

Secondo il Bureau Of Labor Statistics americano, il total quit rate, cioè il tasso di dimissioni rispetto al totale delle persone occupate, è salito, ad agosto 2021, al 2,9%, rispetto al 2,1% dell’anno precedente. Le dimissioni sono state più frequenti nel commercio al dettaglio (4,7%), nei servizi professionali (3,4%) e nel turismo (6,4%), con un picco del 6,8% nella ristorazione, senza dubbio il settore più colpito dalla pandemia. Secondo una survey condotta su 9milioni di dipendenti dalla Harvard Business Review, le dimissioni sono state più frequenti nella fascia fra i 30 e i 45 anni e nel middle management, con un incremento di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Dati che fanno individuare dagli esperti due possibili motivazioni in chi abbandona la propria occupazione: c’è una fascia di professionisti che possono permettersi di lasciare il lavoro perché trovano occupazioni migliori, ma, al contempo, anche un gruppo di lavoratori che si ritira per sfuggire a condizioni usuranti e decisamente sottopagate.

E in Italia?

Anche in Italia il fenomeno si è fatto notare: secondo i dati Inps, tra aprile e giugno 2021 si sono registrate 484mila dimissioni volontarie, con un significativo +85% rispetto al 2020. Fra questi, quasi 300mila sono gli uomini e 190mila le donne: questo significa che il 18,7% di tutte le cessazioni di contratti avvenute in questo periodo è dovuto a dimissioni. Il total quit rate raggiunge quindi quota 2,22%, vero record per il nostro Paese. Gli esperti non azzardano ancora spiegazioni al fenomeno: bisognerà infatti, come argomenta il sito di analisi economiche La voce, verificare se la tendenza si manterrà nel tempo e in che dimensioni. Fra le possibili motivazioni, anche il rifiuto di tornare in ufficio a tempo pieno, per chi magari nel periodo della pandemia ha “tagliato i costi” di un affitto in una grande città o ha misurato l’impatto sulla qualità della vita dello smart working. Probabile è anche lo spostamento delle persone da settori in difficoltà (turismo e ristorazione in primo luogo) a settori in crescita come il comparto della salute, l’edilizia e il mondo del digitale.